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Lucrezia Stellacci
Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna

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Ricordo le parole di Don Giussani con le quali ho formulato al Ministro Moratti i miei auguri pasquali: «Quando una società giunge a passaggi decisivi, il vero problema diventa la necessità di educare i giovani e gli adulti, tutti gli uomini, perché sono gli uomini normali che hanno la necessità di attivare le proprie capacità di bontà e di giustizia».
Queste parole mi sembrano molto attuali, specie ora che sta prendendo avvio una riforma che vuole ridisegnare la scuola come il luogo che si riappropria della missione educativa, che insegna e sviluppa il senso di appartenenza al mondo comune, che parte dalla famiglia, prosegue nelle aule scolastiche e poi si allarga alla comunità civile fino ad abbracciare tutto il mondo. Una scuola che riscopra i valori che sono strettamente connessi con lo sviluppo della coscienza e della personalità di ciascun individuo; che insegni il rapporto, il senso delle relazioni con i compagni, con i docenti, con i genitori, che insegni il rispetto di sé e degli altri.
Questa scuola, così come emerge dalla riforma degli ordinamenti, è una scuola che vuole mettersi al servizio dell’uomo, in quanto vuole servirne la realizzazione umana, sociale e professionale. Le resistenze a questa riforma in parte sono dovute ad una mancata informazione, in parte a reazioni naturali che nascono ogni volta che bisogna affrontare dei cambiamenti, ma le resistenze più forti derivano da una visione culturale diversa rispetto a questo progetto educativo, il che ovviamente si comprende in una logica democratica. Quello che invece non si riesce a capire è un po’ una sorta di demonizzazione di questa riforma, di catastrofismo collegato a questo progetto educativo, cosa che secondo me non ha ragion d’essere, per difendere, poi, un modello di scuola che è purtroppo ormai superato, che ha avuto dei grandissimi meriti, perché ha fatto l’Italia, perché ci ha reso un paese industrializzato, fra i primi paesi industrializzati del mondo, ma ho sentito dire qui – e sono contenta di averlo sentito dire da persone che non lavorano nella scuola, ma sono nel mondo produttivo – che la società cambia, tutto si modifica, tutto cambia in una maniera rapida e non si riesce a capire perché questo modello di scuola deve rimanere sempre uguale a se stesso.
E se la società cambia e le imprese hanno la necessità di seguire la società, anche la scuola ha bisogno di essere in questa realtà che cambia. Una scuola che purtroppo, nelle ultime indagini OCSE, non colloca il nostro paese in posizioni gratificanti; l’ultima indagine OCSE Pisa, risalente al 2000/2001 (quindi prima che cominciassero i tagli della Finanziaria ultima, quelli che si dice abbassano la qualità della scuola, tagliando le compresenze), collocava il nostro paese e la nostra scuola tra il 21° ed il 26° posto tra i 32 paesi dell’OCSE con riguardo alle competenze funzionali dei nostri quindicenni in merito ai livelli di comprensione dei testi in lingua italiana, relativamente agli esercizi di matematica e di scienze. Una scuola che diploma solo il 70% dei suoi iscritti in Italia – ma vi rassicuro, in Emilia-Romagna ne diploma l’80% –; una scuola che disperde il 29% dei suoi iscritti – in Emilia-Romagna 10%. Non vorrei creare panico, noi siamo al di sopra delle medie nazionali, per tutti i livelli. Ma siamo in una nazione quindi dobbiamo anche tener conto di quella che è la situazione della scuola italiana. Dunque una scuola che avendo questi risultati, oggi, ripeto, senza voler smentire i meriti che ha avuto e che sono stati grandi, ha bisogno di essere riformata, che per migliorare deve cambiare, e che non può assolutamente rimanere arroccata nei modelli ormai superati. Il nostro Ministro, nell’incontro di Dublino del 18 e 19 marzo scorso (si sono incontrati a Dublino tutti i Ministri dell’Educazione, dell’Istruzione dei 30 paesi dell’OCSE), ha presieduto un forum sull’educazione e sulla coesione sociale ed ha messo in evidenza in quella occasione, ricevendo la condivisione e il consenso di tutti i Ministri di questi 30 paesi, che l’educazione ha una funzione determinante nel valorizzare il capitale umano, ma anche nel valorizzare il capitale sociale, da intendersi come contributo che ciascun individuo formato, educato, può dare ad una società che diventi più inclusiva, più coesa.
Ecco perché io ho accolto con grande entusiasmo questo progetto, che mi sembra bellissimo, “Bologna rifà scuola”, che richiama la responsabilità, la solidarietà di tutta la società civile intorno ai temi educativi, perché non c’è compito più urgente oggi. Ma l’educazione non nasce da una legge: si possono fare le riforme più belle, si possono anche eludere tutte le riforme, ma, ripeto, l’educazione non nasce da una legge. L’educazione nasce da uomini che sperimentano ogni giorno la certezza della positività del reale, che abbiano la passione di comunicare ai giovani il gusto del vero, del bene, del bello della vita, di insegnanti che riescano a far capire ai giovani le ragioni per cui bisogna studiare, bisogna lavorare, bisogna costruirsi un progetto di vita. E intorno a questi uomini che fanno educazione si dovrebbe stringere la società civile, specialmente di Bologna, che ha sempre fatto scuola in questo senso.
Leggevo che in questo convegno di Dublino è anche emerso, specialmente dal Ministro dell’Istruzione della Francia, che i docenti non corrono tanto dietro alla progressione economica, quanto alla qualità ed all’identità professionale, vogliono riappropriarsi del proprio ruolo, vogliono avere una visibilità esterna, vogliono essere qualcuno, come lo erano quando la scuola contava. Ed è vero, questo non vale solo per la Francia, perché l’ho sentito anche a Milano, all’EXPO dell’Educazione, fatta la settimana scorsa, l’ho sentito dire da parecchi docenti, insegnanti di tutta la nazione italiana, non soltanto nostri, emiliano-romagnoli e neppure soltanto lombardi.
E concludo: questo tema dell’educazione, come ho cercato di dirvi, è un tema urgente, un tema importante, per tutti noi. Lo diceva anche l’Arcivescovo Metropolita Caffarra, se avete seguito il discorso fatto nei giorni scorsi, ripreso dalle testate giornalistiche nazionali e locali, in cui con grande coraggio ha detto «la cultura dominante, dopo aver reso impossibile l’educazione, sfida i grandi soggetti educativi, cioè le agenzie educative fondamentali a dimostrare se sono ancora capaci di educare».
Bene, servirebbero tanti progetti come questo vostro “Bologna rifà scuola”, perché potrebbero davvero aiutare le scuole, che sono senza dubbio “fondamentali agenzie educative” a sfidare la cultura dominante e a dimostrare che sono ancora capaci di educare.

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