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Ezio Raimondi
Presidente dell’Istituto Beni Culturali dell’Emilia Romagna

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Nella mia veste di insegnante che ha percorso tutti i gradi dell’insegnamento – da quello elementare all’Università – non posso non aderire al senso di un manifesto che ripropone la convinzione, già espressa da un grande filosofo del secolo scorso, ma ancora oggi attuale, secondo la quale diventare insegnante è ancora un compito elevato. E lo stesso filosofo diceva poi, con una battuta che non era un gioco di parole ma l'invito a una riflessione profonda, che l’insegnante è colui che deve fare imparare e dunque deve a sua volta imparare a fare imparare, ossia aprire la mente, creare un’energia intellettuale, attraverso non solo l’intelligenza, ma anche l’immaginazione.
Una delle forze che la scuola deve attivare, per essere attraente, è proprio l’immaginazione, la capacità di vedere qualcosa che non c’è, il proiettarsi in avanti, in una parola sola il creare. In questi giorni, sulla traccia del manifesto, mi è capitato di riaprire un libro straordinario di un grande storico dei secolo scorso, Marc Bloch, che morì durante la Seconda guerra mondiale, vittima dei Nazisti, e ci lasciò, tra gli altri, un libro singolare, che andrebbe sempre meditato, La strana disfatta: testimonianza del 1940. Era un’analisi della realtà francese con una considerazione impietosa dei difetti della scuola che avevano portato alla disfatta: rileggere quelle pagine consacrate anche dal sacrificio, oltre che da una straordinaria carriera scientifica, può essere un modo per pensare meglio il futuro. Bloch sosteneva che occorre innanzitutto creare una scuola dell’osservazione, con la quale si attiva «l’intraprendenza dei cervelli e degli occhi»; ma aggiungeva subito che per muoversi nel futuro bisogna avere un rapporto con il passato che ci educa al senso delle differenze e del mutamento. In questo modo la scuola dovrebbe sempre fornire un’immagine veritiera e comprensiva del mondo, insegnando a ragionare e incoraggiando la creatività, ma stabilendo insieme un rapporto preciso con il passato, di cui essa è custode.
È diffusa l’idea che vi sia una sola attualità, quella del mondo che è intorno, delle cose che mutano. Ma ne esistono anche altre forme: l’attualità della scuola consiste per l’appunto nell’essere legata alla rapidità del tempo presente, ma con un passo più lento, che porta anche a guardarsi indietro e che crea alla fine uno spirito critico. È giusto insistere sull’educazione a un’immagine veritiera del mondo, perché il nostro rapporto con gli uomini passa attraverso le cose, se in esse sappiamo scoprire un linguaggio umano per mezzo del quale ci misuriamo e ci confrontiamo.
In questo modo la scuola non si limita a trasmettere ma assume pienamente il senso del passato. Occorre «la sensibilità alla poesia di un destino umano», come diceva ancora Bloch, nel momento in cui si dichiarava, nel 1940, cittadino del mondo, destinato, di lì a poco, a morire per la patria: occore cioè assolvere la propria parte nel presente con le proprie ragioni, con la propria forza, con il proprio patrimonio.
Un grande umanista, Erasmo, diceva che gli studi «transeunt in mores»: e vale ancora il principio per cui attraverso la scuola bisogna creare un abito, una disponibilità, non soltanto a ciò che si è conosciuto, ma a ciò che si deve ancora conoscere.
La nostra vita sociale è fatta di incontri e di osservazioni, per imparare qualcosa: ciò che importa – credo che anche questo sia uno dei temi del manifesto – è che la cosiddetta società civile ricuperi il senso dell’importanza della scuola, come un luogo, un’istituzione attraverso la quale si crea un sentimento insieme pubblico e privato e si mettono in moto i processi che i pedagogisti chiamano di socializzazione. La scuola è un camminare insieme e il programma è una specie di itinerario, un movimento verso un obiettivo chiaramente determinato.
Certo, una scuola di questo genere detesta il pressappoco e l’approssimazione, come diceva anche uno scrittore attento alla lezione della scienza, il nostro Italo Calvino, per privilegiare piuttosto il gusto del concreto, l’esercizio scrupoloso, la precisa verifica, il senso reale dell’esperimento. Anzi, da questo punto di vista, si potebbe convenire che la scuola sia un grande esperimento, tanto più oggi, nel momento in cui ci troviamo di fronte ai grandi mutamenti dell’epoca della complessità e della globalizzazione, diventa importante educarsi a riconoscere le origini, le radici, non già per difendere, ma perché solo così si determina un’apertura vera alla cittadinanza dell’Europa e del mondo. Non è forse vero che quella dell’Università è una storia insieme italiana ed europea?
Ecco allora che diventa necessario che la scuola riacquisti la sua forza, la sua energia, il suo senso del futuro; per parlare ai giovani sono necessari la speranza e l’entusiasmo. E la scuola non si limita a rivolgersi ai giovani, ma è dei giovani, i quali non sono semplicemente gli interpreti del futuro, sono già il futuro che si trova dinanzi a noi e con cui dobbiamo stabilire un rapporto. Per questo la scuola è anche un luogo della solidarietà, nel quale i più anziani parlano ai più giovani, per imparare insieme l’educazione ai problemi, il gusto dell'osservazione, la volontà di immaginare ragionando: solo così si può entrare in quella che oggi i sociologi più avvertiti chiamano la società del rischio o della concorrenza. E quanto più la scuola riesce a interpretare le ragioni che vengono di lontano, anche quando divengono parte del nostro presente, tanto più essa è attuale, sia pure con la sua inattualità, perché esercita il proprio compito in un sistema policentrico, interpretando se stessa e soprattutto prestando ascolto alle esigenze di coloro che si propone di formare. Ma formare non vuol dire soltanto istituire un’architettura rigida, ma anche suscitare un’attitudine mobile, una capacità ricettiva di stabilire rapporti e di porre problemi. Questo è il grande esperimento della scuola, tanto più di fronte alle nuove sfide di oggi, essere insieme rigorosa e attraente. E quanto più sarà attraente tanto più avrà diritto ad essere rigorosa, perché solo attraverso il rigore gli uomini si definiscono e si misurano, diventano adulti, capaci di rispondere al proprio compito con il senso della responsabilità.

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