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Fabio Roversi Monaco
Presidente Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

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La Fondazione è un’istituzione che davanti ad iniziative di questo genere, che hanno a tema l’educazione delle nuove generazioni e che sono destinate a produrre effetti nel tempo, dà sempre il suo fortissimo appoggio. A maggior ragione quando dietro ci sono persone determinate e che sono le prime a mettere in gioco se stesse nel portarle avanti.
Due parole sulle motivazioni profonde dell’iniziativa. Anzitutto sull’assunto che si sente dire in continuazione che ministri, governatori delle regioni e sindaci sono sensibilissimi alla qualità del sistema educativo perché dall’educazione dei giovani dipende il futuro, il benessere e la qualità della vita. Affermazione tanto generalizzata quanto sistematicamente violata da chi in genere, salvo qualche rara eccezione tra cui il ministro Moratti, si occupa della cosa pubblica.
Noi pensiamo allo sviluppo della società, perché i giovani sono l’avvenire e dobbiamo preoccuparci di aiutarli a diventare grandi, cioè capaci sì di costruire, ma prima di tutto di conoscere se stessi e gli altri. Ed è quello che via via sta mancando, perché quando nel manifesto si dice che ogni individuo è libero, unico ed irripetibile, si pone un fondamento basilare per la nostra civiltà.
Eppure, le cose vanno in un modo tale che questa ricchezza effettiva di tradizione culturale presente nella nostra società, nei nostri scrittori, nei nostri scienziati, ahimé, più del passato che di quelli attuali, dimostra che siamo in un momento di profondo distacco da una situazione di questo genere. Io capisco che il mondo cambia, ma nego che perché cambi si debba accogliere tutto. Nego che la cosa principale sia adeguarsi sistematicamente alle mode del momento.
Quello che ha caratterizzato la scuola italiana negli ultimi trent’anni non è innovazione, ma è perdita delle radici, che porta senescenza, anche se all’esterno pare sfavillante, porta alla morte di forme sociali fondamentali ancora adesso per la nostra esperienza.
Un premio Nobel ha detto a Bologna, in occasione delle celebrazioni del IX centenario, che l’università nel mondo, ma io aggiungo la scuola nel mondo, appare sempre più un magazzino promiscuo e frenetico! Sembra così! I prodotti vengono “presi” da culture altrui e questa non è globalizzazione, perché può essere globalizzato il soggetto che ha percepito fino in fondo la propria cultura e si arricchisce di quella altrui e si adopera per integrarsi e per aiutare gli altri ad integrarsi con noi.
Questa idea che esiste nell’Università, per cui ci si deve servire – perché è più comodo – di quello che è prodotto da altri, è un’idea destinata a fare morire la nostra Università e la nostra scuola.
Secondo me, questo è un punto fondamentale da ribadire, anche perché a fronte di una realtà esterna in cui è evidente una perdita di valori e a fronte di una scuola che inesorabilmente è decaduta, anche se mi auguro che stia per rinascere, sta poi l’allentarsi del vincolo familiare, per cui è molto difficile che accada quello che avveniva nel passato, quando era all’interno della famiglia che si recuperavano una serie di cose che la scuola perdeva di vista.
Questa, quindi, è una iniziativa meritoria ed è giusto dire che si rifà scuola, perché la scuola è qualcosa che deve sempre andare ricostruito, soprattutto ora che ce n’è particolare bisogno.
E va fatta un’ultima affermazione: se educare significa introdurre alla realtà, al suo significato ed al valore che hanno le cose, se questa è la questione decisiva per tutte le persone a tutte le età, ed è una responsabilità di tutti, è ora di finirla di pensare che per questo motivo la scuola debba essere una scuola pubblica o statale soltanto.
La scuola non è nata così, non sono nati così gli ospedali, come non è nata così l’Università. Soltanto un riflusso di polemiche antiche, giustificabili alla fine dell’800, può consentire a taluni di dire che è un fatto di cultura che la scuola debba essere pubblica; non deve essere né pubblica né privata: è espressione di una società ed è vero che se la società si organizza e quindi la scuola pubblica c’è e ci deve essere, è anche vero che quella società, poiché è una responsabilità di tutti, deve potersi organizzare in modi alternativi, che, in certi momenti, possono essere quelli che portano ad un miglioramento dell’istruzione nel suo complesso.

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