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Ho deciso di scrivere perché sono rimasta colpita da alcuni fatti che riguardano due miei alunni. Li descrivo brevemente. Eleonora, che frequenta la quarta liceo con ottimi risultati, decide di fare la sua tesina su un reparto oncologico, cercando di capire come un certo modo di assistere può influenzare anche gli esiti clinici. La prof di scienze le suggerisce di farsi seguire da un’infermiera che lavora da anni in un reparto di oncologia, va da lei in reparto, legge il materiale scientifico che le indica e scrive la sua ricerca. Nell’introduzione Eleonora dice: "questo lavoro, pur essendo su di un particolare, mi ha aiutato ad aprirmi su tutto e mi ha appassionato nuovamente allo studio, cosa che avevo un po’ perso. Forse è per questo che gli insegnanti ci hanno proposto di farlo."
L' altro giorno Vittorio, che frequenta la III liceo, mi dice di aver fondato un giornale e mi chiede di leggere l'editoriale scritto da lui. Ne riporto un passo: " a volte la nostra voglia di fare esperienza non manca, ma ci sembra imprigionata, rallentata dalla scuola." E ancora: " Non penso che il compito della scuola sia quello di prepararci ad essere macchine da lavoro, ritengo debba essere un luogo in cui comprendere di più noi stessi e la realtà."
Sono due episodi diversi che mi hanno fatto chiedere che cosa mi interessa veramente entrando in classe. Quale è la mia vera preoccupazione insegnando? Il mio obbiettivo è che gli studenti sappiano ripetere tutto quello che io gli dico o che inizino a capire, a domandarsi le cose in modo serio, allargando la loro ragione, iniziando a rendersi conto di quello di cui sono fatti e di cui è fatta la realtà ? Sono convinta che a scuola si debbano insegnare bene le discipline e che i ragazzi debbano conoscere tutte le cose che noi pensiamo sia giusto sappiano, mi accorgo,  però, che la loro domanda è molto più grande di quello che noi possiamo immaginare. Grande come quella che abbiamo noi. Tante volte tra colleghi ci siamo detti queste cose, ma non abbiamo mai cambiato il nostro modo di fare scuola. Per cambiare dovremmo accettare continuamente di essere messi in crisi, di mettere in discussione quello che sappiamo, quello che pensiamo sia giusto. E spesso quello che sappiamo e che riteniamo sia giusto ci impedisce di vedere la realtà. Queste poche righe non vogliono essere un giudizio su nessuno, ma un’occasione per riflettere sul nostro lavoro.

 

 

Un’insegnante di matematica di Liceo

 

 

 

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